Che fanno “i nostri”? Lavorano…

Una recensione del libro dei Clash City Workers

Francesco Piccioni

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È da molto tempo che non si vedeva un libro di analisi economica e delle classi in Italia scritto da un gruppo di giovani militanti. Dove sono i nostri, fatica dei Clash City Workers dato alle stampe da La casa Usher, meriterebbe già solo per questo d’essere presentato. Ma c’è decisamente di più. Intanto per come nasce. All’indomani delle due giornate di ottobre – 18 e 19 – che hanno visto entrare in scena un soggetto sociale e politico di inattesa composizione (sindacati di base, movimenti territoriali, occupanti di case, ecc); e dall’esigenza di “inquadrare” la novità, di individuarne le ragioni e le radici, per delineare i percorsi del suo possibile – terribilmente necessario – allargamento. In definitiva, nasce dall’esigenza di capire – appunto – “dove sono i nostri”, gli altri come noi, districandosi nella rete infinita di somiglianze e differenze che alla fine ci fanno essere – e sentire – tutti completamente soli.
 
Si parte però anche dalla presa di coscienza, quasi improvvisa, di un gruppo di attivisti politici addensatosi a partire dalle lotte universitarie di Napoli e “cresciuto”- anche anagraficamente – fino a scoprirsi parte di un mondo del lavoro con cui “il movimento” non aveva rapporti, né conoscenza, né proposte credibili di interazione conflittuale. Situazione apparentemente paradossale, perché tutti i giovani universitari – da che mondo è mondo – frequentano il circuito dei “lavoretti” precari. Il dato nuovo, esploso con evidenza soltanto all’alba del nuovo millennio, è che questa condizione lavorativa precaria è diventata la normalità di lunga durata, una irridente “stabilità precaria” che accomuna già ora generazioni diverse.
 
Per i compagni del Ccw è stato dunque stupefacente e inaccettabile che tutta la problematica legata al lavoro e ai suoi conflitti fosse vissuta come estranea o “aliena” nella “discussione di movimento”. Non che mancassero i riferimenti a come “il capitalismo” conquista e gestisce sia le nostre forze che le nostre vite; ma tra quelle discussioni e la vita reale di chi lavora non poteva essere riscontrata alcuna corrispondenza utile. Un deficit di concretezza e conoscenza. Insomma: per tanti compagni di questa generazione, spesso sul lavoro si è una cosa (un precario, subordinato, malpagato, individualizzato, senza organizzazione né rappresentanza collettiva), nel movimento un’altra (“attivista politico”, agente collettivo, antagonista, dentro una logica o – meglio – una pulsione di rovesciamento dell’esistente). Esistenza e coscienza separate. C’è qualcosa che non quadra, lo si sente a pelle…
 
Non sarebbe però bastata questa nuova consapevolezza per raggiungere i risultati analitici, teorici, programmatici esposti in 200 pagine mai “noiose”. Gli studi universitari erano evidentemente stati condotti con una certa cura, se il redattore collettivo ha potuto individuare fin da subito la centralità della contraddizione tra capitale e lavoro nel vivo della materia economica e sociale in cui siamo tutti immersi. L’affermazione sembra rimandare semplicemente a una tradizione filosofica precisa, ma è in realtà la chiave di volta per rovesciare la massa dei luoghi comuni – fasulli, incoerenti, questi sì “ideologici” – che ottundono da oltre un ventennio sia la “sinistra radicale senza radici sociali” sia l’”antagonismo comportamentale”, costringendole all’assenza di un qualsiasi progetto politico. A meno di non voler considerare tale la coazione a ripetere i “cartelli elettorali” o le “scadenze a raffica”.
 
Il rovesciamento è euristico, in primo luogo: “per capire com’è fatto il proletariato in Italia, dobbiamo spiegare com’è fatta la struttura produttiva italiana”. Niente “desideri”, nessuna autodefinizione soggettiva del “soggetto del cambiamento”, nessuna utopia fluttuante nel chiacchiericcio su “un altro mondo possibile”. È l’”essere sociale” che determina la coscienza, non viceversa. Questo è il mondo che c’è, questa la realtà che va cambiata. E la si può cambiare solo se la si è capita nei fondamentali.
 
C’è dunque la manifestazione di un sano metodo epistemologico per distinguere le “idee giuste” da quelle “sbagliate”: la corrispondenza delle idee all’”oggetto”, alla realtà concreta. Sembra una banalità, ma assumere questo atteggiamento scientificamente inappuntabile significa tagliare i ponti – senza rimorsi e con immense prospettive davanti – con una cultura politica (diciamo così…) per cui il “che fare” nasce come media delle opinioni espresse.
 
È dalla caduta del Muro, in pratica, che si “fa politica a sinistra” procedendo come un branco di cani che si annusano, si aggregano e – molto più spesso – si dividono cercando il baricentro al proprio interno, invece che nel rapporto materialistico con il reale; senza minimamente curarsi di verificare se la “posizione risultante dalla media delle opinioni” sia o no all’altezza del conflitto politico reale.
 
In molti casi viene chiamato anche “metodo della condivisione”, per il quale l’atto del “condividere” prevale appunto su ogni considerazione di “efficacia”; la quale ha l’indubbio pregio di mirare alla “risoluzione dei problemi”, scegliendo “la soluzione giusta”, ma anche il duro inconveniente di scontentare molti. Volendo scherzarci sopra, torna alla mente “La caffettiera” di Corrado Sannucci, scomparso pochi anni fa. Una canzone fulminante, in cui una coppia “politicamente corretta” dei primi anni ’70 risolve l’eterno dilemma tra efficacia e condivisione nel modo che segue:
 
Siamo andati in corteo / verso la caffettiera / al sole inneggiando / della rossa primavera / in cucina dallo scaffale / la macchinetta ho preso / mentre lei lacerava / la busta del caffè sfuso / scucchiava il macinato / mentre io l’acqua metto / quel tanto che non venga / né lungo né ristretto / quindi avvito i due pezzi / e vado al cucinino / quand’ecco lei mi porge / affabile, un cerino / insieme sulla fiammella / del gas, ancora fioca / noi, mano nella mano / mettiamo su la moka / e quando l’acqua ribolle / e fuori il caffè zampilla / nei cuori innamorati / s’accende una scintilla / il nostro rapporto è bello / teoricamente è giusto / e se il caffé è una schifezza / teoricamente è giusto”.
 
(http://www.youtube.com/watch?v=-yUs68DD-Wk)
 
Torniamo alle cose serie. I compagni di Ccw prendono i dati da dove sono, peraltro accessibili a tutti. Istat, indagini empiriche di grandi banche, istituzioni nazionali e organismi internazionali. E studiano, interrogano, elaborano. Con cautela, certo. Ma alcuni dati sono incontrovertibili. Per esempio: non c’è alcuna “deindustrializzazione” deducibile dalla diminuzione della quota di Pil accreditata all’”industria in senso stretto”, mentre cresce la quota ascritta ai “servizi”. Perché? Per un motivo banalmente concreto, mal tradotto in termini statistici: gran parte dell’aumento dei “servizi” è rappresentato dai “servizi all’industria”. Le aziende manifatturiere, specie le più grandi, delocalizzano, esternalizzano, “affidano” a terzi interi pezzi di ciclo produttivo. In molti casi senza spostare un bullone da dove è sempre stato. Ma una nuova società incaricata della “movimentazione” interna a uno stabilimento industriale – un’operazione indispensabile, parte integrante del ciclo – quasi sempre assorbe il personale che prima era calcolato in conto all’azienda, ma nel passaggio di consegne “svanisce” come “industria in senso stretto” per ricomparire magicamente sotto la voce “servizi all’industria”. Nella realtà di tutti i giorni non è cambiato nulla, nelle statistiche nazionali moltissimo.
 
Eppure stiamo parlando di un “luogo comune” condiviso da un Giavazzi come da un Toni Negri, da Rifondazione come dai “rivoluzionari cognitivi”. Un’ideologia vera, una “falsa coscienza” su cui non ci si interroga neppure più.
 
Ci sono certamente anche le chiusure vere e proprie, di stabilimenti grandi e piccoli, le fughe di intere linee di montaggio verso paesi dal costo del lavoro più basso, ecc. Ma è vero anche che sono in atto da qualche anno a questa parte, nei paesi “a capitalismo maturo”, processi di “rilocalizzazione industriale”; una reimportazione della produzione che era stata mandata via. L’esempio più noto è la vicenda Chrysler-Fiat, in cui l’America di Obama “incentiva” un’investimento “estero” per mantenere negli Usa una produzione definitivamente chiusa per fallimento.
 
C’è un prezzo da pagare, ovviamente. Ed è rappresentato dal dimezzamento netto dei livelli salariali. Vale per Chrysler nel Michigan, vale per Electrolux a Susegana e Porcia; varrà probabilmente per il “jobs act” renziano, cui Ricolfi su La Stampa ha offerto un “progetto chiavi in mano” per portare i salari italiani a 800 euro. A tempo pieno, otto ore al giorno, senza troppi “diritti”.
 
Non starò qui a darvi conto di tutti gli elementi d’analisi assolutamente decisivi “scoperti” dai compagni del Ccw. Potete leggere da soli il libro, vi sarà d’aiuto.
 
A me sembra però decisiva l’intenzione politica espressa senza riserve fin dall’introduzione:
 
“una volta capita la centralità della contraddizione capitale/lavoro e l’importanza di ragionare in termini di classe, […] bisogna capire come articolarla, differenziando il nostro intervento in base alle specificità di ogni settore, dando il giusto peso a ogni frazione del proletariato,[...] concentrandosi su alcuni punti politici accomunanti i diversi segmenti della forza-lavoro e stringendo così in un’unico fronte ciò che la borghesia ha scomposto”.
 
Viviamo in un’epoca di crisi globale, con venti di guerra altrettanto globali, con soggetti statuali o quasi-statuali (l’Unione Europea, per quel che tocca a noi) di dimensioni continentali. Lo spettacolo penoso che offre la “sinistra antagonista” – le soggettività che operano nella realtà pensando a un superamento del modo di produzione capitalistico, comunque inteso – è un reperto non glorioso di un’epoca ignobile. Da cancellare ieri, non “al più presto”.
 
Ma non c’è alcun appello possibile all’”unità” a prescindere. Nessuna mozione degli affetti che rinvii a un “dopo” imprecisabile il che fare ora. L’unità si costruisce nel conflitto, cercando insieme le “soluzioni efficaci”, progettando con gli occhi infissi sul “nemico”, non sui nostri “mi piacerebbe”. Soluzioni che non richiedono – ahinoi – una sempre auspicabile “condivisione”, ma soprattutto un’attenzione maniacale all’”analisi concreta della situazione concreta”, un “senso della realtà” che non si inventa. Senza alcun “individualismo” di figura professionale, collettivo politico, gruppo o gruppetto, parzialità settoriale. Se “l’idea vincente” viene dall’elaborazione collettiva, da un piccolo gruppo, da un singolo colpito dalla Nottola di Minerva… non è importante. Non si scrive “Hey Joe” o “La Nona” mettendo d’accordo un milione di “opinioni”.
 
Per questo, “Dove sono i nostri?”, è una domanda che cambia drasticamente la prospettiva politica. Potremmo scoprire che quello che ancora ieri – magari persino in sede di prima presentazione del libro – sembrava a noi vicinissimo “nell’antagonismo al sistema”, sia in realtà un pezzo di passato dannato dalla coazione a ripetere (vecchi discorsi, antiche ossessioni, stanche liturgie); mentre ciò che appariva addirittura “inavvicinabile” – come i lavoratori di ogni ordine e genere – si palesa come la materia sociale con cui il futuro viene costruito. Consapevolmente.
 
p.s. Dimenticavo. Sul piano teorico (o filosofico) tutto ciò implica l’abbandono del “pensiero a rete” e la riconquista – faticosa, certo – del “pensiero ad albero”. Meditate, gente, non può che far bene…
 
dal blog TempoReale

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