Omar è ancora qui che gioca con noi

di Maurizio Boldrini

 

La biografia di Omar Calabrese «può essere disegnata come una cartografia dei luoghi,

dove si è formato, dove ha insegnato e con i quali ha avuto rapporti d’elezione: città come Firenze, Bologna, Parigi, Urbino vanno a segnare la mappa scientifica e accademica di Omar Calabrese, prima del suo insediamento a Siena, dove si è concluso il suo percorso». Così è scritto nel testo pubblicato sul sito ufficiale  del  Centro Ricerca Omar Calabrese di Semiotica e Scienza dell’immagine (CROSS). Così è.

Ma avendolo conosciuto bene, penso che non avrebbe disdegnato, magari in versione multimediale,  una mappa dei mondi, dei suoi molti mondi e delle molte persone che lo hanno amato: lo studio e la ricerca, la creatività e la scrittura, la politica e l’impegno
nelle istituzioni, la musica e l’arte, il gioco e la vita sociale. Per non dire delle tante cerchie

di amicizie, e di relazioni, che man mano si formavano attorno a lui, spostandosi

di luogo in luogo, di passione in passione, con naturalezza e partecipazione.

Seguo un’idea personale che ho di lui, scansando in queste poche cartelle sia l’ordine cronologico sia la rilevanza dei molteplici contributi che ha dato alla disciplina di cui si è occupato: dall’approccio alla semiotica che prende avvio attraverso gli iniziali studi universitari in Lettere moderne con Giovanni Nencioni alla comunicazione che è stata, fin dalle origini, nel suo DNA. Lo svela il titolo della sua stessa tesi di laurea, Carosello o dell’educazione serale. Tornerà, anni dopo, a scrivere

su quel mondo magico che è stato Carosello. Sono gli anni in cui va e viene tra Firenze e Bologna.

In Toscana si impegna subito sui temi dell’informazione (Mediateca e collaborazioni giornali, «Paese Sera» e «L’Unità») e sbarca il lunario insegnando nelle scuole del Mugello. A Bologna approda

nel 1972 e lì trascorrerà gli anni decisivi sia per la sua formazione accademica sia per il suo ruolo pubblico.

È al Dams, nel nuovo Istituto di comunicazione e spettacolo, a fianco di Tomás Maldonado

e di Umberto Eco, che nel 1971 tiene il primo insegnamento universitario di Semiotica e proprio

a Bologna gli verrà poi affidato l’insegnamento di Semiologia delle arti.

Al nuovo incarico fa immediatamente seguito il trasferimento all’Istituto di Storia dell’arte bolognese intitolato a Igino Benvenuto Supino. Calabrese entra così in uno dei templi della storia dell’arte.

Le sue lezioni sono seguitissime, le sue serate sono memorabili,  trascorse nelle osterie, nelle quali s’intrattiene con amici artisti, cantastorie, docenti e girovaghi.

Lì vive il Settantasette misurandosi con le asprezze del movimento e con il tentativo, in lui sempre presente, di trasmettere alle istituzioni ciò che si semina nella società: insieme ad altri amici entrerà in Consiglio comunale a Bologna, rompendo alcune delle abitudini praticate nel mondo della sinistra bolognese. È questa una delle costanti nella vita di Omar: intrecciare il pensiero e le azioni,

vivere i fermenti sia intellettuali sia sociali (Alleanza democratica, l’Ulivo, e le città dell’Ulivo) cercando di trasferirli nelle istituzioni culturali, nel tentativo di non tenere mai disgiunto

l’impegno nei movimenti da quello nelle istituzioni (assessore alla cultura a Siena, poi rettore

del Santa Maria della Scala e, ancora, consigliere della Presidenza del Consiglio dei ministri

per l’editoria e la comunicazione).

Guardando al nostro mondo: da Follonica dove trascorreva le vacanze estive e dove si costruiva

il suo primo gruppo di amici  a Bologna delle “follie” del Dams,  alla Firenze delle redazioni

dei giornali  e della nascita della Mediateca e alle tante altre città (Milano, Roma, Palermo)

nelle quali con molti amici condivideva studi e ricerche semiotiche sempre  associate  a un’insana passione per le riviste e per l’editoria (dalle Guide Guaraldi all’impegno nell’Electa, dalla direzione

di quella che è stata una delle riviste culturali più importanti del secondo Novecento, come «Alfabeta», a quelle del periodo senese, come «Viceversa» e «Carte Semiotiche»). Guardando ad altri mondi, come quello delle lontane origini ottomane o delle larghe parentele del Nord Africa: dimensione globale che riversava anche nelle sue proposte culturali.

Vedergli pensare e organizzare una mostra era come partecipare a un cantiere di creatività: l’idea,

il progetto, le competenze occorrenti, tempi e modi di come realizzarlo, pensando a tutto: da come comunicarlo a come costruire il catalogo, magari insieme all”amico grafico Andrea Rauch. Così curava i grandi eventi come le Esposizioni Universali di Vancouver, Brisbane, Siviglia, Genova e Hannover, alternate a mostre più particolari come quella sulla Venere svelata, la Venere di Urbino

di Tiziano (Bruxelles, 2003) e Ipermercati dell’arte. Il consumo contestato (Siena 2003) e le tre mostre sull’Estetica dei non luoghi curate assieme a Maurizio Bettini (Bergamo 2006).

Nei primi anni Novanta Omar incontra Siena. Sceglie di vivere con Francesca in un podere, il Poggio, che sta di fronte al Castello di Monteriggioni. Quel Poggio diventerà la méta dei fine settimana

di tanti diversi gruppi di amici, luogo di animate dispute cultuali o politiche, campo delle grandi tenzoni in qualsiasi tipo di gioco, a partire dal tressette. Sta nascendo, proprio allora, Scienze

della Comunicazione e Sebastiano Bagnara e l’allora rettore dell’ateneo  senese, Luigi Berlinguer,

lo chiamano a dare il suo contributo a far decollare il nascente corso di Laurea in Scienze

della Comunicazione. È tra i fondatori della Scuola superiore di Studi umanistici, lanciando

un programma di formazione superiore dal quale transiteranno alcune/i tra le/i maggiori studiose/i attive/i nell’ambito degli studi sull’arte e sull’immagine: Mieke Bal, Hubert Damisch, Michael Fried, Paolo Fabbri e tante e tanti altri animano un programma dottorale dal carattere marcatamente interdisciplinare.

Il suo contributo all’avanzamento e alla fondazione stessa di una semiotica dell’arte e delle immagini è stato fondamentale e la Scuola interuniversitaria a Lui titolata ne è la più appropriata dimostrazione. Sta scritto nel  suo profilo su CROSS: «È, quindi, con un atto di vero coraggio

che Calabrese dà a una raccolta di saggi proprio il titolo di Semiotica della pittura, iniziando così

a definire una disciplina i cui confini vengono successivamente da lui ben delineati in Il linguaggio dell’arte (1985). Qui, infatti, dapprima ricostruisce la geografia delle diverse correnti di pensiero che considerano l’arte come comunicazione – dal purovisibilismo a Warburg, dall’iconologia a Gombrich, dall’estetica al pragmatismo – per poi dedicarsi a un inquadramento sistematico delle ultime tendenze e alle questioni che segnano la nascente semiotica delle arti. Seguono una serie di lavori nei quali esplorerà gli oggetti teorici dell’arte, privilegiando sempre un approccio di analisi testuale che vede la teoria come immanente alle opere, tra questi La macchina della pittura (1985), Piero teorico dell’arte (1986), Lezioni di semisimbolico (1999), Come si legge un’opera d’arte (2006),

L’art de l’autoportrait (2006), L’art du trompe-l’oeil (2010)».

Omar Calabrese non solo era uno studioso dei media ma era lui stesso fatto di comunicazione. Autore di programmi, editorialista, showman che conduceva programmi. La comunicazione la faceva e la studiava, nei suoi processi più profondi e nelle sue leggerezze. La faceva per le grandi aziende (Mulino Bianco, Piaggio, Fiat); la faceva per le Istituzioni e per il servizio pubblico (Comuni e Regioni, Governo, Rai). La studiava e si devono a lui alcuni dei più importanti  titoli sui linguaggi mediali come Carosello e l’educazione serale (1975), Come si vede il telegiornale (con Ugo Volli, 1979),

I giornali (con Patrizia Violi, 1980) e I telegiornali. Istruzioni per l’uso (ancora con Ugo Volli, 1995).

Poi i lavori che hanno lasciato un segno profondo nello studio interdisciplinare della cultura

dei media: L’età Neobarocca (1987), Mille di questi anni (1991) e Come nella boxe (1999)

che segna un punto di svolta nel passaggio istituzionale del Paese (dalla Prima alla Seconda Repubblica). Sul linguaggio della pubblicità, sulla moda e su un’etnologia della cultura popolare, sono da ricordare: Garibaldi tra Ivanhoe e Sandokan (1982), Serio ludere (1993),

Il mito di Vespa (1996), Vanitas. Lo stile dei sensi (con Gianni Versace 1991).

ll tempo passa in fretta e non lontana per noi è quella notte del 31 marzo di dieci anni fa.

Così come vicini sono i suoi sorrisi, le sue smorfie, le sue baruffe, le sue idee molte belle

e altre solo bizzarre nelle quali si tuffava e dietro alle quali, spesso, ci trascinava.

Omar è ancora qui che gioca con noi.

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