Massimo Marino parla

de Il Poeta d’oro

da oggi 30 settembre in libreria
 
scabia marino copia
 
 

Il Poeta d’oro. 

Il gran teatro immaginario di Giuliano Scabia è il nuovo libro di Massimo Marino che racconta la biografia intellettuale e artistica di Giuliano Scabia.
È in libreria da oggi ed è il primo volume della nuova collana de La Casa Usher  Storie dal teatro.
Ha 248 pagine riccamente illustrate, al prezzo di € 28.00.
Pubblichiamo qui l’intervista a Massimo Marino.

 

D. Massimo, chi era Giuliano Scabia?

R. Un poeta, prima di tutto un poeta incantato. Cercava di decifrare la lingua, le lingue dei nostri tempi confusi, di scavarle e portarle a consapevolezza. Lo ha fatto trascrivendo in poesia per musicisti come Luigi Nono agli inizi degli anni Sessanta il mondo dell’alienazione e dello sfruttamento della fabbrica; mettendo a punto testi teatrali come sguardo profondo sulla nostra società e su come cambiarla; inventando azioni a partecipazione, con abitanti di quartieri periferici e di paesini, con studenti, con i “matti”, in mille situazioni.

 

D. Come definisci il teatro di Giuliano Scabia?

R. Giuliano ha fatto parlare e messo in scena diavoli e angeli, anziani canterini travestiti da guerrieri, Orlando e il suo servo padovano Gaìna, lupi, orsi, volpi, spaventapasseri sposi. Ha costruito con altri artisti a Trieste, nell’ospedale psichiatrico diretto da Franco Basaglia, Marco Cavallo, l’azzurro simbolo della liberazione dall’oppressione manicomiale; ha portato in giro un Gorilla gigante magico, benefattore, Quadrumàno, come una domanda aperta su come far rivivere una cultura fatta “dal basso”.

 

D. Tu come lo hai raccontato ne Il poeta d’oro?

R. Ho provato a ripercorrere tutta la sua storia artistica, dagli anni della formazione tra Padova, Venezia e Milano, negli anni Cinquanta e Sessanta, con frequentazioni con grandi intellettuali come Nono o Calvino. L’ho seguito nelle sue attività nella scuola, per un metodo partecipativo, poi nei quartieri e in vari altri luoghi, in cerca di una drammaturgia all’altezza dei tempi, di una scena che seguisse un motto dello scrittore polacco Gombrowicz: «Coloro insieme ai quali canti modificano il tuo canto». Un teatro che riteneva riduttivo definire “animazione”.

 

D. Il teatro di Giuliano è stato un percorso lineare?

R. Tutt’altro. Il sistema del teatro si è messo subito di traverso, rifiutando i suoi spettacoli aperti, rischiosi, rivoluzionari, da Zip del 1965, primo lavoro dell’avanguardia italiana, scritto sulla scena con gli attori, a Commedia armoniosa del Cielo e dell’Inferno e Fantastica visione. A un certo punto, visto che le sue opere venivano bloccate, censurate, rifiutate, ha iniziato a metterle in scena egli stesso, spesso come racconti, usando oggetti di cartapesta e cantastorie che si costruiva, con pazienza certosina, per mesi. Per esempio il suo Teatro Vagante, una barca albero culla cigno che rappresenta l’immagine archetipica di un teatro, e di un’opera poetica e letteraria, che cerca di portare alla luce le figure profonde dell’immaginario.

 

D. Ci spieghi il titolo, Il Poeta d’oro?

R. Commedia del poeta d’oro, con bestie è un suo testo teatrale, letto per la prima volta in pubblico nel 1982. Nasce durante la sua degenza in ospedale per un infarto che lo aveva bloccato e mescola, come molte sue opere, autobiografia e immaginario più dolce e scatenato. Un uccello azzurro è colpito da una fucilata e non può più volare. Si sveglia, uomo, su un lettino d’ospedale. Da qui comincia un’interrogazione sul mondo magico e sulle immaginazioni, con un coro di bestie che commenta gli accadimenti.

 

D. Scabia gira l’Italia indossando il personaggio del Diavolo, tra 1979 e 1984, leggendo il racconto di quello spettacolo, Il Diavolo e il suo Angelo, nelle Lettere a Dorothea

Poi la narrazione diventa l’asse portante delle sue creazioni.

R: Scrive otto romanzi, tutti pubblicati da Einaudi, più uno inedito, compresi in due cicli. Il primo è il Ciclo dell’eterno andare, dove biografia familiare e scatenata immaginazione si incontrano, e svariano l’una nell’altra. Il secondo è il Ciclo di Nane Oca: le storie di un ragazzino “andato in oca” per amore nei pressi di Pava Antica (Padova) e della Pavante Foresta. Il Puliero racconta la storia di Nane, vicenda di fate, esseri fantastici e d’amore che muove il mondo, che arriva perfino a vincere un Nobel, a incontrare “il lato oscuro”, il male, e a rammentare la fine del mondo dei dinosauri per una catastrofe cui i bestioni non avevano creduto fino alla fine.

 

D. Non è contraddittorio il rinchiudersi nelle pagine di romanzi per un artista che aveva sperimentato il massimo dell’apertura con il teatro?

R. No, perché quei romanzi, e le poesie che riprende a pubblicare dal 1995, li porta in case, teatri, biblioteche dal vivo, con la sua voce, con il suo sorriso, con un gesto che sembra tracciare misteriosi e dolci geroglifici nell’aria, quasi dei ricami. Romanzi e poesia diventano conto, narrazione, relazione, condivisione.

 

D. E poi tu racconti anche del cammino all’università, con gli studenti…

R. Al Dams di Bologna Scabia fa esplorare con i corpi e con le voci testi della tradizione drammaturgica e misteri quali il dio Dioniso, capo del teatro, rappresentazioni legate ai riti del bosco e della fertilità. Invita gli studenti a cercare in sé il duende, una vitalità profonda, l’animale o la pianta nascosti dentro ognuno. Esplora con loro la città e la campagna, come con il Gorilla Quadrumàno, testo nato nelle stalle della Bassa reggiana a fine Ottocento, come con le mongolfiere di carta e fuoco lanciate nei cieli Bologna dopo gli scontri del Settantasette. In altri momenti si chiude in una sala laboratorio per osservare, quasi scientificamente, spietatamente, l’ambiente e chi lo agisce, le immaginazioni e i corpi di giovani con i quali cerca di creare Paradiso.

 

 

D. “Creare Paradiso”?

R. Risalta nell’altro libro postumo pubblicato da La Casa Usher, Scala e sentiero verso il Paradiso, un vero e proprio manuale di drammaturgia pratica messo insieme in più di trent’anni di insegnamento all’università come scambio continuo con gli studenti. Credo che in buona sostanza l’ispirazione di Giuliano sia stata creare gioia, felicità, esaltazione dei corpi e delle immaginazioni, stati di (temporanea) beatitudine, eudamonia. Mantenendo sempre la coscienza che è facile poi nell’esaltazione perdersi, smarrirsi, farsi trascinare dall’archetipico lontano dalla realtà, che bisogna invece sempre tenere come boa sicura.

 

D. Come hai scritto questo libro e perché?

R. Per affetto, innanzitutto, verso un maestro che ha dato tanto alla cultura degli ultimi sessant’anni, senza esserne sempre ricambiato. Ho lavorato nel suo archivio, mantenuto dalla moglie Cristina, dalla figlia Aurora e dal figlio Marco nello studio e nel laboratorio dove Giuliano lavorava. Questo libro è anche il tributo del principe Ferdinandino, il personaggio che interpretavo nel Gorilla Quadrumàno, un bambino pasticcione che a poco a poco cresce e matura, a un Grande Padre. Perché forse proprio lui, Giuliano, ora mi sembra di capirlo finalmente, era quel Gorilla che alla richiesta di assistere Ferdinandino e la sua sposa preferiva tornare a governare «tra le bestie in mezzo al bosco». Ecco, immagino che lui stia con le api e le orse in qualche selva poco accessibile ma meravigliosa e spero che queste pagine ci aiutino a trovare una strada per tornare ad avvicinarlo. Per ritrovarlo.

 

qui la scheda del libro Il Poeta d’oro

 

 

 

 

 

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